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La pandemia e il mercato del lavoro in Italia.

Scritto da LavoroXte

Di Annarita Lazzarini (responsabile Programma Garanzia Giovani Regione Calabria)

I dati dell’andamento del mercato del lavoro sono particolarmente evidenti nella loro gravità: l’occupazione italiana, in termini di numero di ore lavorate, non ha ancora raggiunto i livelli massimi del 2007 ed è aumentata la differenza tra i territori; la percentuale di disoccupati di lunga durata è tra le più alte d’Europa mentre l’occupazione, sia pure in crescita rimane su livelli molto inferiori rispetto ai principali paesi europei, il 59% nel 2019 (l’anno precedente alla pandemia), a fronte di tassi di occupazione per paesi come la Germania (76,7%), la Danimarca (75%), la Svezia (77,1%), il Regno Unito (75,2%), stabilmente sopra il 70% da anni.

Fig. 1 L’occupazione in alcuni paesi europei, Val. %, Anni 2011-2019

Fonte: Eurostat Labour Force Survey

Alla presenza di un costante numero di disoccupati e inattivi fa da sfondo la difficoltà delle imprese nel reperire le competenze adatte; i lavoratori ed i disoccupati italiani necessitano di forti interventi di riqualificazione delle competenze, ma la percentuale di occupati e disoccupati coinvolta in percorsi di rafforzamento formativo è tra le più basse d’Europa. Le difficoltà delle politiche attive risentono di debolezze strutturali e di lungo periodo che caratterizzano il mercato del lavoro italiano, tra bassa crescita e cattiva occupazione.

Il lavoro povero (in-work poverty)
Dal 2015 al 2019 l’occupazione in Italia è costantemente aumentata, in particolare tra le donne, una dei gruppi (insieme ai giovani) tradizionalmente penalizzati. Il tipo di occupazione creata è stata tuttavia caratterizzata da una forte incidenza del lavoro povero e a bassi salari. In un tale contesto, ai problemi dei disoccupati di lungo periodo e dei giovani Neet (arrivati a più di 2 milioni nel 2020) si sono andati sommando quelli di chi è a rischio povertà pur lavorando (vedi fig. 4).

Fig. 2 Tasso di occupazione, disoccupazione e in-work poverty in Italia, Val. (2010=100), Anni 2010-2019

Fonte: Istat

 Una strage al femminile.

Dallo scoppio della pandemia il quadro del mercato del lavoro è ulteriormente peggiorato. In un quadro di questo genere, se buona parte della disoccupazione è stata congelata grazie al blocco dei licenziamenti e agli ammortizzatori sociali in deroga, i problemi maggiori hanno riguardato il calo drammatico dell’occupazione, in particolare tra le donne. Dopo anni di crescita ininterrotta, tra il 2020 e il 2021, si è persa quasi il doppio dell’occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019 (171 mila unità a fronte di 89 mila posti femminili creati in questo arco di tempo) per gli effetti delle chiusure che hanno colpito alcuni comparti dei servizi in cui era particolarmente forte la componente femminile (servizi alle persone, turismo, commercio e ristorazione).

Al calo degli occupati va aggiunto l’aumento degli inattivi (tra il 2019 e il 2020 482 mila unità in più, di cui 338 mila donne) e la disoccupazione “latente” che con il progressivo sblocco dei licenziamenti e la fuoriuscita dal meccanismo delle deroghe potrebbe fare aumentare sensibilmente il numero dei disoccupati.

 La divaricazione territoriale.
Il quadro che ne risulta rimane estremamente critico e ancora segnato da profonde fratture territoriali, con le regioni del Mezzogiorno che evidenziano tassi di disoccupazione tra i più elevati d’Europa. Più di una persona su cinque (il 20,1%) era senza lavoro in Calabria nel 2020, l’ottava percentuale peggiore tra le regioni d’Europa (vedi fig. 5 e 6).  Viceversa regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Veneto sono tra le aree d’Europa a più alta occupazione.

  

Fig. 3 tasso di disoccupazione  Val. %, anno 2020               Fig. 4 Tasso di disoccupazione per regione, Val. %, 15 anni e più

 Fonte: Eurostat                                                            Fonte: Istat

La crisi economica ha cristallizzato i differenziali tra regioni del Nord e regioni del Mezzogiorno. Se si considera anche la disoccupazione di lungo periodo e l’inattività la situazione è anzi ulteriormente peggiorata rispetto alla fase pre-pandemia (vedi fig. 5).

 Fig. 5 La disoccupazione di lungo periodo in Italia, Val. %, Anni 2017 e 2020,

Fonte: Istat

 Ancora peggio il lavoro autonomo
Non è solo a livello territoriale che la recessione ha determinato un forte peggioramento delle condizioni di accesso al mercato del lavoro. Insieme alle donne, ai giovani e ai lavoratori a tempo determinato, l’altro grande gruppo sociale colpito duramente dalla crisi è stato il lavoro autonomo, già prima tuttavia la situazione per questi lavoratori era in tendenziale peggioramento, tanto sul piano quantitativo, quanto su quello qualitativo. Pur rimanendo l’Italia tra i paesi europei con la più alta incidenza di indipendenti, il loro numero è andato progressivamente diminuendo, con un calo molto netto fatto registrare nell’anno della pandemia (-154 mila unità tra il 2019 e il 2020), in particolare nelle regioni settentrionali, un dato questo in controtendenza rispetto ai tradizionali differenziali Nord-Sud e segno di una crisi economica che è stata particolarmente severa (vedi fig. 6 e 7). 

Fig. 6 L’occupazione in Italia per tipo di lavoro, Val. ass. Fig. 7 L’occupazione indipendente in Italia per ripartizione geografica

Fonte: Istat

I costi sociali della pandemia hanno fortemente intaccato il lavoro autonomo, soprattutto quello senza dipendenti (vedi tab. 1), con perdite occupazionali e di reddito superiori alla media dei lavoratori dipendenti. Più in generale tuttavia è tutto il mondo del lavoro indipendente a risentire di una crisi che ha radici lontane (sin dal 2008-2009) ma che la pandemia ha ulteriormente acuito, assumendo per alcune fattispecie toni drammatici.

Tab. 1 Il lavoro indipendente per profili occupazionali

  2015 2016 2017 2018 2019 2020 Differenza 2020-2019
Imprenditore 219 235 273 285 272 265 -7
libero professionista 1.327 1.384 1.399 1.436 1.436 1.398 -38
libero professionista senza dipendenti 1.107 1.164 1.196 1.223 1.233 1.209 -24
libero professionista con dipendenti 221 220 203 213 203 189 -14
lavoratore in proprio 3.234 3.182 3.088 3.058 3.057 2.998 -59
lavoratore in proprio senza dipendenti 2.187 2.163 2.148 2.147 2.138 2.090 -48
lavoratore in proprio con dipendenti 1.047 1.019 941 910 919 908 -10
coadiuvante familiare 307 310 294 280 299 269 -30
socio di cooperativa 42 30 27 26 30 27 -3
Collaboratore 349 307 261 235 219 202 -17
totale indipendenti 5.477 5.447 5.342 5.319 5.312 5.158 -154

Fonte: Istat

Le misure di sostegno al reddito

Le misure di salvaguardia del reddito hanno contribuito a mitigare l’impatto sociale della pandemia. Per fronteggiare l’emergenza, il Governo ha messo in campo ingenti misure di ristoro per le imprese e aiuti economici a numerose categorie, estendendo la cassa integrazione alle imprese di tutti i settori e di tutte le dimensioni, inclusi i lavoratori iscritti alla Gestione separata, i lavoratori autonomi e i professionisti. Accanto al Reddito di Cittadinanza (RdC) è stato inoltre istituita una misura temporanea, il Reddito di Emergenza (Rem), rivolta ai soggetti esclusi dagli ammortizzatori sociali e non beneficiari di nessuna tra le indennità del decreto “Cura Italia”. L’Italia è stato il principale paese beneficiario dei fondi SURE, tra quelli che vi hanno fatto ricorso[1] per un totale di 27,438 miliardi di euro[2]. I finanziamenti richiesti dal nostro paese hanno contribuito a coprire le spese per la cassa integrazione in deroga con cui sono stati coperti i settori privi di ammortizzatori sociali. Nel 2021 le ore di cassaintegrazione hanno raggiunto il picco di 132 milioni per una spesa di circa 44 miliardi di euro (di cui 27 a carico del fondo SURE).

Fig. 10 Andamento Cassa Integrazione

Fonte: Inps

Le politiche passive hanno consentito di contrastare l’impoverimento della popolazione, sia tra i lavoratori (attraverso la cassa integrazione), sia tra i gruppi a rischio povertà e esclusione sociale. Lo si rileva anche dagli ultimi dati Istat (giugno 2021). Pur registrando un aumento della povertà assoluta (dal 7,7% al 9,4% della popolazione, corrispondente a 5,6 milioni di individui), l’intensità della povertà (che misura quanto poveri sono le famiglie in condizione di povertà) è diminuita dal 20,3% al 18,7%. Questa diminuzione ha certamente di una misura, il Reddito di Cittadinanza, che ha dato un contributo positivo all’attenuazione dei costi sociali della pandemia.

[1] Hanno aderito al SURE 18 paesi membri: Belgio, Portogallo Romania (per un importo tra i 4 e gli 8 miliardi di euro), Grecia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovenia, Croazia (tra 1 e 3 miliardi), Slovacchia, Lituania, Bulgaria, Ungheria, Cipro (sotto il miliardo di euro), infine i paesi maggiormente beneficiari, Grecia Portogallo, Belgio, Polonia, Spagna, Italia (per importi tra i 5 e 27 miliardi di euro)

[2] Fonte: Eurostat

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