Le politiche del lavoro e il GOL
Il 30 giugno 2026 segna la scadenza del target PNRR del Programma GOL. In queste settimane la domanda che ci arriva con più frequenza dagli operatori è una sola: dal 1 luglio si chiude tutto? La domanda è legittima, ma rivela un problema più profondo di quello che esprime. Se dopo quasi cinque anni di attuazione il dubbio dominante è “finisce o non finisce”, significa che il Paese rischia di aver vissuto la più ambiziosa riforma delle politiche attive degli ultimi decenni come una parentesi, e non come una riforma.
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Il nodo del 30 giugno e l’equivoco da chiarire
Sgombriamo subito il campo dall’equivoco operativo. Il 30 giugno non spegne il Programma. Quella data è il termine-obiettivo del PNRR e, sul piano gestionale, il limite per l’avvio di nuove prese in carico. Le attività già avviate per gli utenti già assegnati proseguono e si rendicontano nella finestra regionale di chiusura, che il Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali del 4 dicembre 2025, n. 171, sul riparto delle risorse residue del Programma, ha contribuito a estendere, nella gran parte delle Regioni, fino al 31 dicembre 2026.
Non a caso, proprio in queste settimane il confronto promosso dalle associazioni datoriali con i dipartimenti regionali e il ministero del lavoro sta consolidando la prosecuzione dei servizi di orientamento e delle attività correlate, con indicazioni operative formali in via di emanazione.
Le tre date da non confondere
Buona parte della confusione nasce dal sovrapporre piani diversi. Il target PNRR è un risultato quantitativo: il numero di persone prese in carico e avviate alla formazione. Quel risultato si cristallizza alle scadenze, ma non impone lo spegnimento delle attività. La seconda data è quella della rendicontabilità a valere sulle risorse PNRR, che si chiude nella finestra regionale. La terza, decisiva, è quella della prosecuzione del Programma come sistema regionale di politiche attive, che non si esaurisce affatto il 30 giugno. Tenere distinti questi tre piani non è un esercizio formale: è la condizione per non bloccare servizi che invece possono e devono continuare.
Il vero motore della continuità: dal PNRR al FSE+
C’è un meccanismo tecnico che spiega perché il GOL non muore con il PNRR, ed è il traghettamento verso la programmazione 2021-2027 della politica di coesione, in primo luogo il FSE+. La quota di attività che eccede l’orizzonte temporale del PNRR è destinata a essere completata e rendicontata secondo le regole di quella programmazione, il cui termine di ammissibilità della spesa arriva fino al 2029.
Non è una forzatura interpretativa: gli avvisi GOL richiamano espressamente la disciplina regionale di attuazione e rendicontazione del FSE+ 2021-2027. È quello che accade, per esempio, nella Regione Lazio, che il 26 giugno 2026, a un soffio dalla scadenza, ha pubblicato l’Avviso 4 del PAR GOL, con piani che si proiettano ben oltre il 2026 e che reggono proprio perché poggiano su quel raccordo.
Cosa il GOL ha già cambiato
GOL ha prodotto una discontinuità che va riconosciuta per quello che è. Con una dotazione di 4,4 miliardi di euro e l’obiettivo di coinvolgere 3 milioni di beneficiari, di cui 800 mila in attività formative, ha messo al centro la presa in carico personalizzata. Ha collocato l’orientamento dentro le politiche attive come funzione strutturale, e non come adempimento accessorio. Ha costruito una rete di operatori accreditati capace di erogare servizi su scala. Ha legato la formazione alla certificazione delle competenze con valore nazionale ed europeo. Ha imposto, almeno sulla carta, i livelli essenziali delle prestazioni nei Centri per l’Impiego. Per la prima volta, formazione e servizi per il lavoro sono stati pensati come un unico percorso centrato sulla persona.
Il rischio di smontare ciò che ha funzionato
Il rischio, ora, è che tutto questo venga trattato come infrastruttura temporanea, montata per spendere fondi e smontata a fondi esauriti. Sarebbe un errore strategico. Le competenze costruite negli operatori, le procedure, i sistemi informativi, le reti territoriali non si improvvisano e non si ricostruiscono da zero a ogni cambio di ciclo di finanziamento. Disperdere questo patrimonio significherebbe ripartire, tra qualche anno, dallo stesso punto di partenza, con l’ennesima sigla e l’ennesimo avviso.
Fare sistema
Con il PNRR e il GOL le politiche del lavoro devono smettere di essere una successione di programmi a termine e diventare sistema. Significa cinque condizioni: finanziamento ordinario e stabile, non più risorse straordinarie a scadenza ma pieno uso del FSE+ 2021-2027 e raccordo con il Piano nazionale nuove competenze; riconoscimento della rete degli operatori accreditati come infrastruttura pubblica, con regole, pagamenti e accreditamenti certi; integrazione tra formazione, lavoro e certificazione consolidata in norma; procedure armonizzate e UCS identiche tra Regioni, perché a parità di prestazione corrispondano parità di regole e di valore, evitando venti sistemi uguali solo nel nome; una piattaforma unica per erogare, tracciare, controllare e monitorare.
Tre le criticità da presidiare: il raccordo PNRR-FSE+, che regge solo se tempestivo, pena doppia disciplina e contestazioni sulla spesa; il metodo, perché le scelte unilaterali favoriscono la concentrazione delle risorse e l’oligopolio, ovunque accadano; la frammentazione informativa, che indebolisce controllo e trasparenza. C’è infine una responsabilità per il Mezzogiorno, dove il sistema o regge in modo permanente o non regge affatto.
È il senso del dibattito “Oltre il GOL”: la finestra che si apre dal 1 luglio non è un prolungamento contabile, ma il tempo in cui si decide se l’Italia ha fatto una riforma o ha gestito una spesa. Le politiche del lavoro vanno garantite: non è più il tempo della precarietà e dell’occasionalità.

